Paolo Sofia – L’albero di more

La Calabria, certo. Ma anche la disperazione e l’orgoglio di un intero popolo. Le sue attese deluse – quelle di una rivolta, di una rivoluzione popolare – e la voglia di continuare comunque a credere a una società migliore. E poi, ancora, la storia dell’Italia meridionale di metà Novecento, lo smacco dell’emigrazione che è anche perdita ed estirpazione.
Tutto questo, e molto più, è contenuto nel bellissimo disco di Paolo Sofia (già frontman dei QuartAumentata), L’albero di more. Un disco che trae ispirazione, a sua volta, da un romanzo, La maligredi, dello scrittore calabrese Gioacchino Criaco (edito da Feltrinelli). Succede spesso, che alcuni avvenimenti apparentemente meno “grandi” e visibili scompaiano del tutto dai libri di storia. E diventa, quindi, fondamentale che a riprenderli in mano sia un grande scrittore – dalla prosa quasi barocca – come Criaco. L’avvenimento in questione è l’ondata di speranza in una rivolta sociale “scoppiata” nell’Aspromonte negli anni Sessanta. Nel romanzo si racconta, infatti, il ritorno in Calabria dalla Germania (dove era emigrato) di Papula, il quale incomincia a parlare di una rivolta sociale che non deve essere banditismo o brigantaggio fine a se stesso, ma soprattutto fa nascere una coscienza civica in quella classe sociale che da sempre è stata oggetto di soprusi e violenza. Ovviamente il Potere ci metterà poco a riportare all’ordine il popolo, facendo addirittura cadere sulla vicenda il più totale oblio.

Non era facile, non è mai facile, riportare su disco la trama – o quanto meno l’atmosfera – di un grande romanzo. Accetta la sfida, come detto, Paolo Sofia e vince su tutta la linea, perchè il suo Albero di more è un disco davvero bello, in cui si respira un’aria elettrizzante e viva (proprio come si doveva respirare negli anni in cui viene ambientato il romanzo). Vi ritroviamo tutti gli stilemi della grande tradizione musicale popolare calabrese, ma senza cadere mai in  un facile ripiegamento localistico. Si sa, quando si utilizzano determinati strumenti popolari, la lingua popolare e si ripercorre uno stile popolare il rischio è davvero quello di fare la brutta copia di un disco d’antan, che pare chiuso nella gabbie di un museo. Le canzoni di Sofia vibrano, invece, di vita, di novità (paradossalmente), di gioia e di disperazione al tempo stesso. E sempre paradossalmente, si balla anche laddove il testo sembrerebbe indicarci una disperazione. Certo non mancano, a mio avviso, anche brani un poco più didascalici e dal sapore lievemente di maniera, come Aspromonte (curioso che ciò avvenga soprattutto laddove Sofia abbandona il dialetto). Ma si tratta di episodi sporadici e forse per certi aspetti – all’interno dell’intero progetto – quasi inevitabili. Un disco ricchissimo di suoni, in cui convivono senza soluzione di continuità strumenti più marcatamente pop come la batteria, il basso, le chitarre insieme ad altri popolari ed etnici quali il bouzouki, la mandola, il mandolino, la  lira calabrese, il marranzano. E poi, ancora launeddas (tipico strumento a fiato sardo), chitarra battente, didgeridoo (antico strumento australiano a fiato ad ancia labiale), tamburelli vari, duduk (strumento a fiato armeno), bansuri (flauto nepalese), riqq (tamburo tipico della musica araba), darbuka (tamburo turco), pipita (ciaramella calabrese), zampogna, flauti a paru (doppi) e cavaquinho (ukulele portoghese). Da questo punto di vista, mirabile è il lavoro svolto in sede di direzione artistica da parte di Mujura.

Un disco che sprizza voglia di ribellione, certo, ma anche di recupero del bello. E poco importa che questo bello passi per gli occhi di una prostituta (come nella conclusiva e bellissima ballata Com’è bella la luna). La bellezza, anche di un disco, sa depositarsi laddove trova un cuore – e in questo caso un orecchio – che sappia percepirla.

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