Se non fosse espressione ampiamente abusata, si potrebbe definire questo quarto lavoro di Brunori Sas come il disco della maturità (e non sarà certo un caso che questa volta manchi proprio la dicitura Vol. IV). Una maturità artistica che passa attraverso la consapevolezza non solo dei propri mezzi espressivi, ma anche di ciò che un cantautore oggi può (deve?) cantare. Un disco in qualche modo assoluto, necessario, che fa male, che colpisce al cuore perché sa centrare sempre il bersaglio. Un disco in cui il cantautore calabrese abbandona definitivamente certi stilemi più prettamente ironici (o sarcastici) che avevano caratterizzato i precedenti lavori. Un disco in cui Brunori sostituisce al fioretto la spada, e in cui il privato diventa politico (e viceversa). Ma, si badi bene, - e anche in questo risiede la grandezza del lavoro - Brunori non è venuto a farci la morale. Certo, egli descrive una società orripilante, una società liquida (riprendendo il concetto teorizzato dal sociologo polacco Zygmunt Bauman) in cui liquido è anche il senso del dovere e la morale, una società in cui mancano segni di speranza (non bastano più i sorrisi di Mandela!), in cui tutti siamo dei Don Abbondio pronti ad abbassare la testa al primo Don Rodrigo di turno, in cui condividiamo le peggio nostre Ombre sui social. Ma lo fa senza ergersi a persona superiore a noi. Anzi, Brunori sembra quasi non perdonarsi nulla (ricordando, se il paragone può reggere, il miglior Franco Fortini): ogni chiamata in correità è anche una chiamata verso le proprie responsabilità di uomo ormai adulto. Di persona di buon senso che, però, ha le sue paure di fronte al musulmano che prega accanto a lui sul tram. Se è vero che nella prima parte dell’album egli utilizza continuamente il “Tu”, si intuisce già che quel pronome personale è in realtà un “Noi” mascherato. Tanto da trasformarsi nel prosieguo del disco in un aperto “Io”. A dire il vero “Tu”-“Io”, “Privato”-“pubblico”, “canzone d’amore”-“canzone impegnata” sono termini dicotomici che attraversano tutto l’album. Come se due distinti Brunori interagissero in continuazione, dialogassero e litigassero.

Brunori riflette anche sul suo ruolo di cantautore, di musicista che vorrebbe alla fine cantare solo per sé e d’amore (“Canzoni che parlano d'amore/ perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?/ …/ perciò sarò superficiale ma in mezzo a questo dolore/ tutto questo rancore/ io canto solo per me”) ma che invece è costretto a cantare contro la paura: “E invece no tu vuoi canzoni emozionanti/ che ti acchiappano alla gola senza tanti complimenti/ canzoni come sberle in faccia per costringerti a pensare/ canzoni belle da restarci male/.../ canzoni contro la paura”.

Ecco, in un certo senso la parola chiave di tutto l’album è proprio “paura”, quella che i mass media mainstream alimenta in continuazione e che neppure la vita privata sembra in grado di contrastare. Da questo punto di vista, quindi, il titolo stesso dell’album - A casa tutto bene - sembra un ossimoro. Perché neppure a casa si sta bene (non a caso il luogo dove, ci dicono le statistiche, accadono i maggiori delitti). Notevolissimo poi è il lavoro musicale: Brunori sperimenta e scommette su nuove sonorità vincendo a man bassa. Accanto a una strumentazione più tradizionale, egli tira fuori dal cilindro non solo archi e fiati ma anche mandole del Settecento abbinate a elementi più prettamente techno. Le melodie non cadono mai su facili scelte easy listening ma riescono lo stesso il più delle volte ad avere un appeal da vera cultura nazionalpopolare.

Il disco si apre con il singolo di lancio, La verità, una canzone per certi aspetti programmatica di tutto l’album e davvero generazionale. Si canta la sconfitta di chi era partito incendiario per ritrovarsi pompiere, pronto ad accettare qualsiasi compromesso, ma soprattutto ormai incapace (e anzi terrorizzato) ad affrontare cambiamenti e svolte coscienziali. L’uomo nero fa i conti con una sorta di razzismo di ritorno che attanaglia persino le persone più insospettabili accanto a noi. È vero, L’uomo nero è fascista…ma siamo così certi che egli non si annidi anche dentro una parte della nostra mente? (E dovrò nuovamente citare Jung e il suo concetto di Ombra!). Altra notevolissima canzone è, poi, Colpo di pistola. Un brano che spiazza e che lascia, appunto, il colpo di pistola alla fine. Si apre, infatti, come una tutto sommato innocua canzoncina d’amore in cui l’amante non è corrisposto e se ne chiede la ragione: “Perché lei non mi amasse non lo so/ io che le avevo dato tutto quel che ho/ ma forse quel che ho non è abbastanza/ forse cercava il cielo in questa stanza/ e un cielo non ce l'ho” (e di sfuggita noteremo le numerose citazioni canzonettistiche sparse nell’album). Le metafore, però del ritornello dovrebbero già metterci in allarme (“Perché l'amore, l'amore è un colpo di pistola/ l'amore, l'amore è un pugno sulla schiena/ è uno schiaffo per cena/ l'amore ti tocca appena”), ma è il finale il vero colpo di scena: nessuna canzoncina innocua sull’amore; Brunori qui canta di femminicidio e lo fa prendendosi la responsabilità di utilizzare il punto di vista dell’uxoricida che nonostante tutto ama (dalla sua prospettiva, chiaramente) la donna amata: “E poi perché l'ho fatto non lo so/ forse per non sentire ancora un altro no/ uscirle dalla sua bocca dorata/ prima l'ho uccisa e poi l'ho baciata”.

Ma, come accennato sopra, A casa tutto bene è anche un album dove il cantautore calabrese non solo vuole mettere in luce le proprie paure e ombre di uomo, ma riflettere sul senso del proprio lavoro, che è poi quello di scrivere canzoni. Che ruolo ha oggi il cantautore in questa società? Basta davvero cantare una canzone per mettersi a posto la coscienza, per poter dire “Io il mio lavoro l’ho fatto”...no davvero: “E io, io che pensavo/ che fosse tutto una passeggiata/ che bastasse cantare canzoni/ per dare al mondo una sistemata/ io che sorseggio l'ennesimo amaro/ seduto a un tavolo sui Navigli/ pensando in fondo va tutto bene/ mi basta solo non fare figli”.

Eppure dopo questo periglioso viaggio nelle nostre paure, nelle nostre miserie, nelle nostre fragilità, così come in una celeberrima poesia di ungarettiana memoria, una possibile ancora di salvezza è data dalla fratellanza, dal senso di appartenere a questa “razza” umana, seppur miserabile, dove però - nonostante tutto - abbiamo ancora il coraggio di chiamarci amici. L’ancora di salvezza è data, insomma, dal recupero dei piccoli valori quotidiani, dalla propria terra d’origine che si cerca disperatamente di ritrovare a Milano. E soprattutto dalla preservazione della propria Casa (sì, con la C maiuscola), intesa stavolta come metafora del nostro essere. Un luogo, perciò, ancor più da preservare e “riabitare” con consapevolezza nuova. Il rischio è quello, però, che la Casa diventi una sorta di Nido di pascoliana memoria, un’ancora di salvezza che ci fa percepire come pericoloso tutto ciò che è altro da sé, che è esterno. Brunori avverte chiaramente tale pericolo e decide di mettersi in gioco, di aprire la porta e cantare ciò che vede fuori.

Certo, lo abbiamo detto prima, una poesia, una canzone non cambierà il mondo. Ma chi fa questo mestiere, lo fa perché nonostante tutto sa che invece proprio questo è l’afflato che porta a scrivere. E al tempo stesso è finito il tempo di delegare: “La realtà è una merda, ma non finisce qua/ passami il mantello nero, il costume da torero/ oggi salvo il mondo intero/ con un pugno di poesie/ non sarò mai abbastanza cinico/ da smettere di credere/ che il mondo possa essere/ migliore di com'è/ ma non sarò neanche tanto stupido da credere/ che il mondo possa crescere/ se non parto da me”.

E allora, nonostante tutto, fa ben sperare che un disco così “crudo” si chiuda con l’immagine di una bocca che sorride: “Dove te ne stai andando amico mio?/ forse torno a casa/ c'è qualcuno che mi aspetta e finalmente/ sorriderà”. 

(Pubblicato su http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/a-casa-tutto-bene/)

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