Bobby Soul è uno di quegli artisti capaci di “scoppiarsi” qualcosa come 250 concerti all’anno. Uno, insomma, che con la musica ci campa davvero. Normale che in questo continuo peregrinare possa incontrare la più varia umanità. E Bobby è uno di quelli a cui piace parlare, ascoltare, bere qualcosa in compagnia e capire la gente. Per certi aspetti questo suo nuovo cd, Dodici lanterne, è una sorta di road movie; un diario di bordo di questo continuo vagabondare, fatto di musica, certo, ma soprattutto di incontri. Del road movie - ma anche dell’istant song - ha le caratteristiche sia musicali che testuali. Vi è, infatti, un’urgenza di raccontare in presa diretta quasi senza mediazione. I suoni - curati dai fidi Blind Bonobos - sono così “essenziali”, ruvidi, decisamente più blues che funky. Se il precedente L’insostenibile leggerezza del funk presentava una cura negli arrangiamenti e un bel lavoro di postproduzione, qui gli arrangiamenti sono essenziali, acustici, quasi a voler dare conto di una presa diretta dei suoi concerti. Anche i testi seguono questa dinamica, per cui si muovono su un periodare lungo e ben poco musicale (quasi assenti per esempio le rime), come si volesse anche in questo caso registrare al volo ciò che si sta guardando e ascoltando.


Già, ma cosa guarda Bobby Soul? La più variegata umanità. Anzi, ogni traccia è per certi aspetti il ritratto di un personaggio incontrato lungo il percorso e ogni persona incontrata diventa il pretesto per parlare di politica, di controllo sui social, di calcio, di musica. Le dodici lanterne sono certo i dodici fari che - secondo Aldo, altro personaggio che Bobby incontra nel suo cammino - collegherebbero Genova a Civitavecchia (e da qui prende spunto tutto l’album), ma anche dodici figure umane ben riconoscibili: da Il giovane Raul che in un locale del centro cittadino canta il Mengoni al karaoke; al Pennellone (noto personaggio della scena musicale genovese) fissato per il Mibemolle che, a suo dire, Alessio Caorsi - chitarrista del Blind Bonobos e coautore di tutti i brani - non saprebbe suonare; dall’Osho di Uscio (dietro cui si cela nuovamente Alessio Caorsi) che vive spiritualmente (da ‘miscio’) nell’entroterra genovese e qui assiste alle imprese erotiche dei suoi concittadini più attempati, alla Signora Giusy di Borgo Manero che chiede se si fanno soldi a cantare in tv “Si sedette al nostro tavolo e ci fece i conti in tasca/ noi restammo vaghi da buoni genovesi/ ma lei fu così tosta da strapparci una risposta più precisa e accurata, una media giornaliera [...] ‘Quanto prendono i cantanti della televisione voi ne avete idea?’/ ‘Giusy, sa, noi davvero non ne abbiamo idea’”. E in questa domanda - o per meglio dire nella risposta - sta anche la filosofia di Bobby Soul. Infatti la canzone diventa il pretesto per riflettere sulla propria professione di musicista, di cantante che in televisione non vedremo mai (“A X-Factor hanno detto che prima o poi dovrò andare”) ma che - grazie a dio! - possiamo trovare in carne e ossa in qualche locale della città. Un disco dove c’è moltissima Genova (anche nei dialettismi), moltissima Liguria, dove c’è persino una canzone d’amore dedicata alla propria squadra del cuore, il Genoa. Ma dove c’è soprattutto moltissima ottima musica che è necessario suonare, che è necessario ascoltare!

(Pubblicato su http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/dodici-lanterne/)

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