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Cristiano De Andrè - Come in cielo così in guerra

Ci sono voluti ben 12 anni a Cristiano De André per dare un seguito allo splendido Scaramante. Dodici anni vissuti pericolosamente, sul confine, sull’orlo del baratro. Tra vertiginose – umanamente e artisticamente – ascese e repentine e rovinose cadute.

Per questo, verosimilmente, se Scaramante – che pure era il disco del Grande Lutto – era un album che trasudava serenità, Come in cielo così in guerra (già dal titolo) appare come un lavoro dolente e doloroso. Un dolore che nasce senz’altro dalla costatazione del declino morale-sociale-politico della terra in sui si vive (qui rappresentato per correlativo oggettivo dalla bellissima e tragica Bambola nella discarica che chiude l’album). Ma sbaglierebbe di grosso, in qualche modo depistati anche dal primo singolo Non è una favola (cantato alla maniera di Fossati, con un ostentato prolungamento delle vocali), chi considerasse questo un disco ‘politico’.

Certo, non mancano spunti legati alla tragica attualità italiana, come nella fin troppo didascalica Credici (“Chi ha creduto alle menzogne di bocche allenate a monete,/ Alle parole di un potere che subito si inchina ad un altro più rapace,/ che in trent’anni di sottocultura mediatica tra canali e canili,/ A quelle lingue golose dei mercati che per i loro tacchi rialzati hanno svenduto il Paese al peggiore dei medioevi”), ma sono episodi. Perché in realtà questo è un lavoro profondamente autobiografico e personale.

Anzi, forse in nessun altro disco Cristiano si era così esposto, quasi senza filtri. De André sembra quasi sentire la necessità di mettere a nudo proprie debolezze e fragilità (“Il desiderio di un infanzia/ risolto in un bicchiere tra le mani/ […] e ad un albero un po' spoglio chiederò perdono/ Pisciargli contro tutto quello che riuscirò a bere/ è questo Il mio esser buono”), i propri demoni interiori (“Vivere/ fosse stato più facile/ dire che gli anni non contano/ perché siamo demoni e angeli”). Un dolore che sembra solo in parte compensato dall’amore o dalla ricerca di esso.

Nessuna speranza quindi? Non proprio, perché a metà disco (e quindi in posizione forte) ecco apparire uno dei brani più sorprendenti dell’intero disco (e l’unico testo firmato dal solo Cristiano):Ingenuo e romantico. Una vera e propria descrizione di un amplesso diviso in tre momenti: preludio-preliminari (piano-tastiere e voce, testo sul filo della smanceria: (“Sarei ancora disposto a soffrire per un amore/ perché l'amore è più forte ed immenso di ogni dolore/ […] perché è così dolce il tremante abbracciarsi e negli occhi vedere quel sorriso di lacrime e luce dove si specchia l'amore”); parte centrale-raggiungimento dell’orgasmo (cambio di ritmo, incidere sempre più serrato, testo esplicito: “da ingenuo e romantico/ si trasforma l'amore/ nella voglia di stringersi/ di prendersi e perdersi/ e toccare il piacere”); parte finale-post coito (solo piano e chitarra sussurrata, come la voce che recita: “In un profondo sospiro/ insieme”). L’amore – anche quello carnale – insomma come contrappeso al dolore esistenziale.

In conclusione Come in cielo così in guerra è senz’altro un buon disco con alcuni brani assolutamente notevoli, ma che non riesce a nostro avviso ad eguagliare la freschezza, l’eterogeneità e le aperture (anche nella scelta degli arrangiamenti) di Scaramante. L’impressione è che la produzione di Corrado Rustici, per quanto perfetta da un punto di vista tecnico, abbia un poco ovattato le sonorità (stessa sorte era toccata anni fa a Prendere e lasciare diDe Gregori) con il risultato che  alla lunga si è soffocato un fuoco che aveva bisogno invece di divampare, si è sopito un dolore che forse sarebbe stato meglio gridare a pieni polmoni.

Ripetiamo, comunque un buon disco, in cui troviamo anche molte le collaborazioni, a cominciare dal fidato e sempre bravissimo Oliviero Malaspina (ai testi e qui in alto a destra nellafoto) e, tra gli altri,Luciano LuisiRoberto Amadé e Zibba (ultimo vincitore del Premio Tenco 2012, qui a fianco nella foto, coautore di uno dei brani migliori di questo disco, Il mio esser buono).

Un’ultima annotazione: Cristiano anche questa volta non sfugge alla citazione paterna (in Credici appaiono “bocche allenate” e “nuovi capi che hanno facce sempre più dure”, in Non è una favola invece viene citato “il palazzo del mistero”). Non credo che però siano il frutto dell’impossibilità di sganciarsi dall’ombra paterna quanto, piuttosto, un delicato omaggio al suo immaginario poetico e ideologico.

Copyright © 2008-2014 Andrea Podestà. Tutti i diritti riservati.