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Stefano Barotti - Pensieri verticali

 C’è forse davvero bisogno di pensieri verticali per vedere il mondo da un’altra prospettiva. Lasciare – per quanto possibile – l’Ego e sporgersi per vedere la realtà che ci circonda con occhi diversi. Questo è quello che ci chiede – o semplicemente fa – Stefano Barotti nel suo nuovo bel lavoro dal titolo, appunto, Pensieri verticali.  
Si potrebbe credere, visto l’incipit, che il cantautore toscano proponga un lavoro in qualche modo spirituale e sganciato dalla materialità. E invece nulla di tutto ciò. Anzi, l’esatto opposto. Perché quella di Barotti – come nei precedenti due album, Uomini in costruzione e Gli ospiti – è una poetica delle piccole cose. Dove quel “piccole”, va da sé, non è certo un giudizio di valore. Assente qualsiasi riferimento all’attualità socio-politica, Barotti si concentra sulla vita di tutti i giorni. Ecco, allora, le quattro storie d’amore, una per ogni stagione, Povero è l’amore, Rose d’ottobre, Ogni cento parole e Girasole; la riflessione sul proprio lavoro di musicista, filtrata attraverso un sogno (Giudizio non ho); le storie – con probabili riferimenti autobiografici, avendo Barotti praticato anche l’arte culinaria – raccolte da un cameriere di un ristorante (Blues del cuoco). Non mancano i capitoli favolistici come L’arcobaleno rubato e Cuore danzante/ Sulla pietra del pane sfidando il drago con la spada di San Giorgio. Paradigmatica è poi la title track in cui si parla di un uomo armadillo che altri non è che Alessandro Maggiori, uno dei due titolari dell’Armadillo Bar di Courmayeur. Paradigmatica perché l’uomo armadillo è quello che porta avanti una vita tranquilla essendo capace di non soffrire di vertigini “guardando giù dal cielo” e, soprattutto, di chiamarsi “fuori dalle cose che non hanno istinto”.

Anche a livello testuale, il cantautore predilige un lessico semplice e comune. Per certi aspetti quasi agreste, tanto che se fosse letteratura ci muoveremmo nei pressi di Pascoli e di un certo Gozzano, per intenderci. Se alle volte si cade in un eccessivo ricorso di monosillabe in clausola, cioè a fine verso (penso in particolare a Ogni cento parole che rischia davvero di finire nel tardo “vascorossismo”) altre volte Barotti è, invece, capace di evocare immagini assolutamente efficaci e felici linguisticamente. Giusto come esempio, si veda l’utilizzo dell’abusato – e per ciò “pericoloso” - termine “cuore”, che egli inserisce all’interno di due folgoranti incipit: “Sono diventato Nerone/ ho nascosto e bruciato il mio cuore” (Nerone), “L’uomo non aveva il cuore a sinistra/ un amore glielo aveva spostato/ verso il centro del petto (L’uomo armadillo). Diverse le figure retoriche, ma anche in questo caso senza nessun intento intellettualistico; interessante è, in questo senso, l’utilizzo di termini che si pongono a metà strada tra il correlativo oggettivo e la personificazione: “E aveva le scarpe più coraggiose del mondo” (La ragazza), “Il tuo divano era scomodo e avrei dovuto intuire/ che non potevo restare e me ne dovevo andare” (Ogni cento parole).

Musicalmente Barotti si muove sempre sul versante delle ballad folk-rock di chiara matrice americana, anche se sono presenti puntate decisamente più blues (e non a caso tra i numerosi ospiti troviamo la chitarra di Paolo Bonfanti). Si possono trovare tracce qua e là di un certo De Gregori (si prenda Cuore danzante e si ascolti Spad VII S2489), di Ivan Graziani e, perché no, di Bruce Springsteen (La ragazza, per chi scrive il punto più alto dell’album). L’ottimo lavoro agli arrangiamenti essenziali di Raffaele Abbate - forse meglio che nei due precedenti lavori – permettono di far emergere una linea melodica matura e convincente.

Un disco, insomma, davvero bello, da far girare più e più volte sul piatto, che ci fa riscoprire l’amore per il suono pulito delle chitarre acustiche e di una voce – finalmente – vera e autentica. 

Copyright © 2008-2014 Andrea Podestà. Tutti i diritti riservati.