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Caparezza - Museica

Recensire un disco di Caparezza è impresa particolarmente complessa. Da una parte ti viene la tentazione di sfidarlo sul terreno dei giochi di parole. Ma poi ti rendi conto che sarebbe sfida impari (come rispondere a chi dopo appena 17 secondi spara la prima “cannonata”: “Mi chiedi cosa architetto di strano? Boh, pensavo a Lucia Mondella nel letto che dice: “Renzo, Piano!”). Dall’altra la tentazione è quella di rispolverare gli studi di linguistica. Ma in questo caso si rischierebbe di rendere la recensione un piccolo saggio di retorica e metrica.

Perché, inutile negarlo, anche questo album è un lavoro estremamente “verbale” in cui ritroviamo continui calambour e giochi di parole (“Peace and Louvre”), paronomasie (“Incompiute, in computer"), diastole e sistole, cioè spostamenti di accenti (“Troppo politicò, perché vivo in un talk show  dove se parlo troppo poi litigò”), conglomerati di parole (“dovrei guarire ma detto tra me e te, ho meno chance delle previsioni meteo”). E, ancora, richiami e rimandi a inserti musicali “alti” (la splendidaCover o il riferimento a Smile dei Beach Boys in Canzone a metà) e “bassi (“Forse non sono Dada, ma sono un po’ Dada un po’ Dada un po’”), trovate spiazzanti (l’epilogo di Canzone a metà: “Avrei vissuto un capolavoro se avessi fatto in tempo a"), frasi apodittiche ("La gente. Tutti ce l'abbiamo con la gente/ come se non ne fossimo parte, ci si estromette sempre/ Sempre vorremmo la perfezione ma non può essere./ Essere ci viene male come le fototessere”). Certo, non manca anche qualche caduta qua e là (“sarei stato molto meglio dentro il suo preservativo!”), ma in generale Caparezza stupisce ad ogni ascolto, costringendoti a riascoltarlo ogni volta con maggiore consapevolezza.

Detto questo, però attenzione: Museica è forse il disco più “suonato” di Caparezza, quello in cui il cantautore di Molfetta sfoggia davvero notevoli competenze musicali, spaziando da un certo hard rock (Mica Van Gogh) al nu-metal (Argenti vive), passando per il raggae (È tardi) e suoni sixties (Giotto beat).

Potremmo anche aggiungere che Museica è un concept album sulla Storia dell’Arte, una grande galleria di quadri in movimento, un Museo sotto forma di CD (ogni canzone, infatti, è ispirata a un quadro). 

Ma Museica è anche molto di più: intanto una sorta di metadisco sulla musica stessa (come si evince dal titolo). Si prenda, per esempio, Cover in cui Caparezza passa in rassegna alcune delle più famose copertine della Storia del rock (riuscendo così a unire storia dell’arte e storia della canzone); oppure l’impietosa Figli d’arte in cui il protagonista è figlio di un cantautore tanto presente per i suoi fans quanto totalmente assente per lui: “Io sono figlio di un cantautore/ che sembra felice poi cambia umore/ in un anno l'avrò visto un paio d'ore/ una volta dentro il mio nome e alla televisione”. O, ancora, Non me lo posso permettere in cui ironizza sulla difficoltà di fare questo mestiere oggi e Sfogati in cui mette alla berlina quei fan che scambiano la musica per un derby: “Ho notato che quando si parla di cantanti/ certa gente dovrebbe prendersi dei calmanti/ mattatoi di furia iconoclasta/ insultano e basta/ diventano mattatori, un insulto a Vittorio Gassman/ e c’è sempre qualcuno più artista di qualcun altro”.

E, infine, Museica è anche un grande affresco della nostra società e dei suoi problemi. Stavolta, però, Capa gioca molto di più sul filo dell’allegoria fuggendo a possibili didascalismi o slogan. Anzi è lui stesso a scherzarci sopra in Troppo politicoin cui sembra parlare di sé, ma in sottofondo parla anche di tutti noi alle prese con proclami sui social network e dei politici “veri” pronti a cambiare continuamente casacca. Caparezza, poi, è abilissimo a disseminare nelle canzoni richiami alla situazione sociopolica ed economica attuale. Apparentemente parla delle opere d’arte incompiute e invece ti accorgi di colpo che le opere incompiute sono attorno a noi e sono di ben altro tipo: “Canzone a metà/ come i palazzi, le strade, le scuole pubbliche, lasciate a metà” (Canzone a metà); sembra scherzare sulla ricerca della prospettiva in Giotto e invece parla di mancanze di prospettive della nostra vita: “Ho bisogno di una prospettiva, come negli anni 60/ con la radio che mi canta: ye ye, ye ye”. E si noti in questo caso lo spostamento semantico del termine ‘prospettiva’ (inoltre i Coretti della Capella Scrovegni – da cui trae ispirazione la canzone - ingenerano un vero e proprio cortocircuito linguistico-musicale).

In conclusione, un album – se ancora ce ne fosse bisogno – che dimostra la maturità di Michele Salvemini assurto ormai a cantautore d’autore. Un lavoro forse un po’ troppo lungo (spararsi di filato le 19 tracce è come visitare tutto il Louvre in una volta sola!), un poco scontato in alcuni momenti (la struttura-canzone di Caparezza è in effetti sempre la stessa); ma da ascoltare ogni volta con la stessa meraviglia con cui si guarda un grande quadro o un grande affresco.  

Pubblicato su http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/museica/

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