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Sabrina Napoleone - La parte migliore

Vi è una sorta di furore iconoclasta che caratterizza il lavoro della cantautrice genovese Sabrina Napoleone. Un’iconoclastia che determina una sistematica distruzione – ma sarebbe più corretto dire ripensamento – della forma canzone tradizionale. Il paradosso è che ciò accade passando proprio attraverso la forma canzone tradizionale. Si prenda a mo’ d’esempio uno dei brani più melodicamente fruibili dell’intero album, Prima dell’alba. Spogliato dell’arrangiamento, la canzone presenta una struttura melodica e armonica che ha più di un debito verso la canzone d’autore (penso in particolare a Vecchioni).  Ma, quasi a volere smentire tale affiliazione, ecco che l’arrangiamento si muore in direzione opposta con chitarre distorte e una sezione ritmica particolarmente “ingombrante”. Quasi che Napoleone volesse tenere a bada e soffocare l’apertura melodica del ritornello. Intendiamoci, tale procedimento non è certo fine a se stesso e si configura, anzi, come vera e propria scelta poetica. Le canzoni di Napoleone, infatti, si configurano come opere aperte, a più strati in cui non è difficile trovare campionature, inserti tratti dalla cultura alta (in Medusa è chiaro il riferimento al concetto di bellezza dostoevskyiana) e bassa-popolare come i rimandi ad altre canzoni, patrimonio della cultura popolare (il quasi rifacimento della ninna nanna Coscine di pollo inInsomnia o l’incipit di Mattinata fiorentina di Rabagliati in È primavera).

Potrebbe sembrare un gioco intellettualistico, invece non si sente una nota di falsità in questo disco; anzi, ascoltarlo tutto di un fiato mette quasi in imbarazzo perché è come se la cantautrice ci facesse entrare nelle sue stanze più segrete e recondite. Ci vuole grande assenza di pudore, diceva anni fa De Gregori, per scrivere e cantare una canzone. Questo è quanto mai vero per la Napoleone. In Epochè, per esempio, descrive – come fosse una canzone d’amore - le ultime ore di vita del suo cane. “Ho imparato più dal mio cane che da tutti i filosofi studiati all’Università”, annuncia lei nei concerti. Il sarcasmo risiede nell’intitolare una canzone così intima e personale con un termine tratto proprio dalla storia della filosofia (l’epochè è la sospensione del giudizio).

D’altronde tutto il disco si nutre e vive della tensione degli opposti; a livello testuale, per esempio, dove termini basso-colloquiali (“nessun vecchio che piscia sul muro/ …/ nessuno che vende, che fotte, che piange”) convivono accanto a inserti alti e a una costruzione del verso tutt’altro che banale (“dei vent’anni non so ancora fare a meno/ né dell’urlo di vendetta del mio sesso/ che riecheggia all’improvviso/ nel turgore del mio seno”); o a livello contenutistico dove il corporeo sembra continuamente alternarsi a spinte più mentali e spirituali, così come l’amore (Medusa) si contende lo spazio con l’odio (Fire). Se, come detto, quasi tutto il disco è una sorta di confessione privata, non mancano riferimenti all’attualità socio politica; penso alla già citata È primavera, per esempio, in cui si raccontano le speranze (deluse?) e le contraddizioni occidentali della Primavera Araba viste con gli occhi di una donna. Sì, perché in ultima analisi questo è davvero un lavoro molto femminile che nasce proprio da un certo tipo di sensibilità (e di rancore): difficilmente un uomo riuscirebbe a scrivere nello stesso modo. Per certi aspetti in quest’ottica va letta anche la title track, vera epitome dell’album. Vi è un paterno – di natura cattolica-maschilista – che impone per finta buona creanza di lasciare la parte migliore sempre agli altri, incurante di quanti danni a lungo termine tale educazione può portare. Per fortuna – è il caso di dirlo – la parte migliore questa volta Napoleone la lascia a noi con le sue canzoni. 

Nota di plauso, per concludere, ai musicisti che accompagnano la cantautrice. Tra tutti Giulio Gaietto (coautore di tutte le musiche) che detta davvero la linea in moltissime canzoni  con il suo basso.

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