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Federico Sirianni - Nella prossima vita

Articolo tratto da "L'isola che non c'era": http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/nella-prossima-vita/

Non è dato di sapere cosa farà nella prossima vita Federico Sirianni. In questa fa il cantautore. E lo fa dannatamente bene. La riprova è questo bellissimo cd, Nella prossima vita, in cui il cantautore genovese in qualche modo perlustra da cima a fondo tutto il suo repertorio musicale (inteso come influenze, suggestioni, palesi omaggi) dalla ballata al blues, da Cohen a Dylan. Passando per esotismi con forti e struggenti venature classiche occidentali, pensiamo in particolare a uno dei punti più altri di tutto il lavoro - La neve nel bicchiere - che pur mantenendo una tipica scala pentatonica cinese presenta poi un arrangiamento da musica da camera. Una scelta che risente chiaramente del grande lavoro svolto dagli GnuQuartet in fase di arrangiamento.

Da anni Sirianni gira l’Italia in una sorta di never ending tour (tra concerti e attività teatrali) e tra una pausa e l’altra ha scritto questi 14 pezzi che si sono evoluti nel corso del tempo. Abbiamo come la sensazione che StefanoCabrera (leader del talentuoso quartetto genovese, qui nella foto) e soci abbiano un poco smussato alcuni angoli, addolcito qua e là certe asprezze, dato spazio a linee melodiche che rischiavano di essere soffocate. Perché Nella prossima vita è un disco estremamente lirico e intimo. Certo, vi troviamo anche suoni più ruvidi come in Ondanomala e Appollaiati stanno (storia tragica di uno spacciatore arabo) o riferimenti all’attualità politica come la chiusa della title track (“Nella prossima vita/ i miei peccati li spazzerà il vento/ e al giudizio divino andrò assolto/ per legittimo impedimento”) o, ancora, inserti tragicamente ironici (Sono nato sfasciato).

Ma, come detto, è l’aspetto più prettamente intimistico a dominare. Il possibile rimedio al dolore (che trova come correlativo oggettivo le immagini dei chiodi arrugginiti e della croce), l’approdo verso un senso più profondo dell’esistere è affidato alla donna. A lei si chiede il miracolo del senso. A lei – con una forza quasi montaliana nella ricerca espressiva (“affrontando il tuo segno di fuoco”) – sono dedicate metafore e similitudini che rasentano l’iperbole: “E ti amo in terra e in cielo tra vento e temporale/ tra meteoriti e stelle e luci di Natale”. Va da sé che tale luce si traduce in buio nel momento in cui lei distoglie gli occhi da noi.Fortissimo è, quindi, il richiamo a una sorta di dualismo che a livello lessicale si concretizza nella presenza di coppie antinonimiche: “Dimmi chi sei/ il rovo o la rosa/ il quadro o lo specchio/ la fretta o l’attesa/ …/ il carnefice o l’Agnus Dei”.

Ma a ben guardare il vero interlocutore di Sirianni, quello a cui egli si rivolge con insistenza – e con una forza che, senza sembrare troppo eccessivi, ricorda il miglior Springsteen - è Dio.  Tutto l’album è pervaso da riferimenti religiosi, cristiani e veterotestamentari. Intendiamoci, nessun misticismo, piuttosto una laica preghiera a una qualche divinità lontana e – si spera – benevola: “Signore fammi trovare la strada/ e il sollievo che plachi le voglie dell’anima” o ancora “E Dio mi sia vicino se brucio il mio peccato”. Non sorprende, allora, che anche a livello lessicale molti siano i termini riferibili alla cultura cristiana: croce, anima, Vangelo, Signore, Pilato. In un punto, poi, le figure della donna e quelle di Dio si sovrappongono (ancora una possibile reminiscenza della Clizia montaliana?) in una sorta di rito che sta a metà strada tra l’amplesso e il rito sacrificale: “Disegno con le dita sulla tua schiena nuda/ risacche di coralli sepolte al bagnasciuga/ sdraiata sull’altare della tua prigionia/ assolvimi il peccato. Perdona e così sia”.

Un’ultima annotazione, infine, proprio sui testi: abbandonata una certa verbosità che caratterizzava i primi due dischi, Sirianni ci regala qui alcuni dei migliori testi che ci sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Un abile e continuo impiego di figure retoriche (su tutte le anafore) che mai appesantiscono il dettato. E, ancora, una ricerca lessicale mirabile che spazia tra esotismi e forestierismi (kasher, barracho, gazpacho, duende, katane), dialettismi (sverso, sola, minchia) e arcaismi o comunque termini alti (roggia, smerigliava) in un cozzare continuo di aulico e prosaico. Aulico in fondo come lo spirito e prosaico come la carne. Cielo e terra. Dio e uomo che – forse – nella prossima vita si incontreranno.

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