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Estratto dell’intervista a Francesco Baccini

Qual è il tuo rapporto con Genova?

È un rapporto particolare, un po’ come hanno tutti i genovesi che si sentono chiusi; perché Genova alla fine è una città chiusa, come il carattere dei genovesi. Poi i miei quattro nonni sono di città diverse: una di Napoli, uno di Ancona, una di Genova e uno di Firenze, infatti Baccini è un nome tipico fiorentino…i Baccini sono pochissimi e sono quasi tutti in Toscana. Mio nonno da Firenze finì a lavorare in porto a Genova e rimase lì. Quindi sono genovese, ma nel sangue ho tutta l’Italia dal nord al sud. A predominare forse è il mio quarto napoletano più che quello genovese. Io sono uno a cui piace fare le cose, mentre a Genova c’è sempre un atteggiamento prudente…tipo “Belin, ma cussa ti fae?” (“ma cosa fai”, ndr)…sai queste cose. E più mi dicevano così e più io me ne volevo andare. D’altronde io sono uno che ama lo spirito di contraddizione, figurati che da ragazzino ero sampdoriano perché mio padre era genoano. Ho anche giocato nella primavera della Samp, prima che un problema ad un osso della gamba mettesse fine alla mia carriera di calciatore. Morto mio padre mi sono riavvicinato al Genoa, di cui oggi sono tifosissimo…ho scritto anche l’inno, me l’avessero detto a sedici anni mi sarei messo a ridere.

E il tuo rapporto con i cantautori genovesi, invece?

Il mio rapporto di amicizia è stato con Fabrizio. Ci siamo conosciuti a Milano da emigranti da cento chilometri; noi genovesi ci sentiamo emigranti a Milano, perché fatto il Turchino si apre un altro mondo. I genovesi pensano di essere sempre al centro dell’attenzione…pensano che in tutto il mondo ora si stia parlando di loro, in realtà superato il Turchino nessuno parla di loro. Forse è un retaggio del passato di quando eravamo una Repubblica. Con Fabrizio ci siamo conosciuti a Milano e abbiamo incominciato a frequentarci. Lui aveva ascoltato le mie canzoni che io facevo al piano in una trasmissione notturna di Mollica, perché lui di notte era sempre in piedi. Voleva che gli dessi una mano su un testo del disco Le nuvole. La canzone era Ottocento e infatti mi ha anche messo nei ringraziamenti…voleva qualche frase ironica. Io inserii qualcosa, tipo “maschi, femmine e cantanti”. Io, allora, gli proposi uno scambio e gli chiesi di cantare con me Genova Blues. 
Poi ci siamo frequentati parecchio, andavo a casa sua e devo dire che mi faceva anche effetto sta cosa, perché lui per me era davvero un mito, una voce di cui per lungo tempo non si conosceva neppure il volto…e di colpo mi trovavo ad andare a mangiare da lui. Infatti ogni tanto mi fermavo a fissarlo come un ebete e lui si incazzava: “Belin, smettila di fare il fan”. Con lui si parlava di qualsiasi cosa tranne che di musica.

Amicizia a parte, pensi che Fabrizio abbia avuto un’influenza anche nel tuo modo di scrivere?

Sicuramente sì. Però conta che io ho una formazione musicale molto particolare. Io ho iniziato con la musica classica. Fino a 18 anni non mi passava manco per la mente la possibilità di fare canzoni. Io volevo suonare il clavicembalo, mi compravo i dischi di musica medioevale e rinascimentale.
Quando mi sono fatto male alla gamba e sono dovuto rimanere quasi immobile per mesi ho incominciato a sentire anche altre cose. Mio cugino, che aveva qualche anno più di me, mi portò dei dischi da sentire, tra cui quelli di Fabrizio…io l’unico movimento che riuscivo a fare era quello di inserire i dischi nel mangiadischi per cui passavo le ore ad ascoltarli. Ero affascinato dai primi dischi di De André per il loro gusto un po’ macabro tipo La ballata dell’amore cieco. Per me la canzone a quei tempi, invece, era Gianni Morandi, Canzonissima. I testi di Fabrizio erano l’opposto di quelli che sentivi nelle vie ufficiali che erano Radio Rai, Rai Uno e Rai Due. Mi piacevano queste storie noir, era come ascoltare un giallo. Poi ho cominciato a sentire anche altri autori…Paoli, Tenco. Ma in ogni modo non ci pensavo a scrivere.

Oltre a De André chi pensi abbia avuto un ruolo importante nella tua formazione?

A un certo punto della mia vita ho scoperto un altro modo di fare canzoni…ho scoperto Jannacci, Gaber, Paolo Conte. Mi piaceva il loro linguaggio meno retorico e lontano dalla canzone impegnata del tempo. Conta che se oggi sono di moda le boy band a quel tempo era di moda fare il cantautore. Spesso predominava una noia mortale. Mi ricordo che una volta mi addormentai sopra ad un calorifero ad un concerto di Claudio Lolli. Erano gli anni dell’impegno; per “cuccare” una la dovevi portare a due mostre, al cinema d’essai…quelle cose tipo Fantozzi e La corazzata Potemkin. Poi all’inizio degli anni Ottanta arrivano gli Skiantos a gridare: “Ci avete rotto i coglioni”. Freak Antoni è geniale, poi purtroppo la demenzialità è diventata solo demente…da questa demenza non siamo più usciti, gli anni Ottanta proseguono oggi, non sono finiti. Pensa al manager in carriera, all’edonismo reaganiano, il craxismo prosegue con Berlusconi…siamo ancora lì, agli anni Ottanta. Anzi, oggi pensando a Craxi dici: beh, almeno lui era un politico, era preparato.

Oggi rimpiangi quella gente lì. Nelle tue canzoni sei molto abile a inserire citazioni ed a compiere delle vere e proprie mimesi musicali. Succede, per esempio, in Senza tu che è una vera e propria parodia della canzonetta amorosa sanremese o in Antonello Venditti, che potrebbe benissimo essere un pezzo del cantautore romano a livello musicale.

Bisogna contare che il caso di Senza tu è particolare. A me di Sanremo non è mai interessato nulla, sono cresciuto negli anni in cui Sanremo non lo vedeva nessuno, la mia adolescenza va dal ’75 al ’79, il periodo più critico del Festival; credo si fosse anche ridotto ad una serata sola. […] Comunque, quando mi proposero Sanremo io non ero convinto, però alla fine scendo a patti con la casa discografica, io infatti volevo andarmene per cui siamo giunti all’accordo: io vado a Sanremo e voi mi abbonate il disco che ancora devo fare con voi per contratto. A quel punto mi sono detto: non so quanti la capiranno, ma faccio un patchwork di canzoni d’amore, con tutte le banalità del caso e mi presento sul palco vestito alla Elvis 
Il caso della canzone Antonello Venditti è un discorso ancora diverso. Da ragazzo amavo molto il primo Venditti, poi ad un certo punto della sua carriera fa una sferzata clamorosa…direi con Grazie Roma, mentre Guccini e De Gregori bene o male hanno mantenuto una loro coerenza. Io mi sentivo tradito da ascoltatore, da fan…mi piacevano i suoi pezzi, i suoi testi, poi suonando il pianoforte ero più attento a tutti quelli che lo suonavano.

La reazione di Venditti?

Venditti voleva menarmi! Poi ci siamo chiariti e abbiamo fatto una pace simbolica in diretta in una radio che era l’organo del Pds, Italia Radio.

Spesso nei tuoi testi compare il gergo giovanile, almeno nei primi anni e comunque un registro. Come nasce una tua canzone tecnicamente?

Questo è un mistero della natura.

Da come ne parli sembra che nasca prima la musica…

In realtà nascono insieme. Cerco di usare parole che abbiano anche una musicalità, la differenza tra chi nasce dalla musica e chi dalle parole lo vedi anche dalle canzoni. Chi viene dalle parole riescono a infilare in un verso una quantità enorme di parole ma poi il pezzo non suona. L’italiano poi è difficile per la presenza di parole sdrucciole e la mancanza di tronche, per cui ti ritrovi a utilizzare “tu”, “te”, “me”…in inglese è più facile, suona tutto. Però la nascita di una canzone è sempre un mistero.

[…]

C’è una canzone del tuo repertorio che reputi la migliore? Non ti chiedo una scelta emotiva, ma segnalare una canzone che tecnicamente consideri valida da un punto di vista musicale e testuale…

È una scelta difficile perché tutte le tue canzoni sono come i tuoi figli. Comunque direi che le mie preferite sono quelle che ripropongo costantemente nei miei concerti, ci sono canzoni che non canto più da anni e di cui non mi ricordo neppure gli accordi. Se devo dire una canzone secca, direi Mani di forbice contenuta nel disco Nudo, è una canzone in cui volevo parlare di diversità attraverso una favola, attraverso questo personaggio di Tim Burton. È una canzone che continuo a fare, perché mi piace sia come struttura musicale che testuale.

Comunque negli ultimi tempi si è stemperata questa esigenza dell’ironia, i dischi sono più intimisti, persino il modo di cantare sembra più orientato verso quei modelli di cui dicevamo prima come De André.

Credo che sia la sindrome di Ma se ghe pensu, meno sto a Genova più mi sento genovese, però devo stare fuori, a Genova non tornerei mai a vivere, quando torno mi sento sempre soffocare. Da fuori mi sento genovesissimo e più passano gli anni più mi accorgo di esserlo come struttura mentale specialmente dopo vent’anni che sto in Brianza.

Si parlava prima del gergo giovanile. Riesci a tenerti aggiornato al linguaggio giovanile attuale? Reputi che sia diverso da quello della tua generazione per esempio?

È sicuramente più semplice, se noi usavamo cinquemila vocaboli loro ne usano cento…

È la generazione sms…

Sì, tutta fatta di sigle, tipo tvb… siamo alla semplificazione della semplificazione, non ci sono neppure più le parole. Oggi viviamo in tempi di appiattimento e ignoranza che sono il frutto di questa televisione, oggi senti della gente che parla per radio che neppure al bar…oggi i mezzi di comunicazione hanno sostituito il bar, una volta si diceva: vai al bar a raccontare le barzellette, oggi le raccontano in Tv e anche male, ma il livello del pubblico è così basso che ride.

L’intervista completa è presente in Lingua italiana d’oggi, 2009, n. 5, ed. Bulzoni

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