Filippo Andreani – Il secondo tempo

La porta di un appartamento che si apre lentamente; passi silenziosi (da bambino) lungo il corridoio; due genitori che dormono; una vecchia radiolina, ancora accesa, che trasmette la strana cronaca di una partita in cui non esiste il primo tempo. Tutto inizia così, con un andamento onirico, come uno strano sogno o l’inizio di un film felliniano (o Bunueliano). E l’inizio ha la voce di Valerio Mastandrea che ci prende per mano e ci accompagna dentro questo bellissimo nuovo lavoro del cantautore comasco Filippo Andreani, Il secondo tempo.
Un concept album sul calcio? Sì, certo. Ma anche molto di più. Un’opera allegorica in cui lo sport più amato dagli italiani diventa il simbolo della vita stessa? Sì, certo. Ma non solo. Perché il secondo tempo è – sempre allegoricamente – la seconda possibilità che la vita ci pone davanti, sapendo che non ci saranno tempi supplementari. Il disco è una carrellata di personaggi in bilico continuo tra luce e ombra. C’è chi non ha mai giocato il primo tempo. E chi ha calcato il campo invece solo nel primo. Ognuno ha lasciato nel suo passaggio “una goccia di splendore“, ma anche un senso di incompiutezza. Ognuno è al tempo stesso un vincitore e uno sconfitto (dalla sorte, dalla morte).  E ognuno è il protagonista di questo secondo tempo. Nessuno escluso. C’è il piccolo Alfredino Rampi che ci invita a guardare in giù perché “i buchi sono profondi e i grandi neanche sempre sanno come farti tornare su”; ci sono i giocatori del Grande Torino che se non li vedi più giocare è solo perché giocano in trasferta (proprio come il padre del cantautore); c’è Beppe Viola (uno dei più grandi giornalisti-intellettuali italiani) che dedica il suo ultimo pezzo proprio alla sua morte, anche se con la mente e il cuore è con gli amici “con le facce da romanzo popolare” in osteria; c’è George Best, vero terrore di ogni portiere perché sanno “che c’è un uomo che ha dentro le scarpe una carezza e una pistola”, c’è Roberto Perciballi dei Bloody Riot col suo naso “da imperatore su una faccia da Spartaco”; c’è Michele Moretti, terzino del Como negli anni ’30, poi partigiano, che si rifiuta di fare il saluto fascista nella foto di squadra; c’è la banda di prostitute e di disperati che dall’angiporto genovese chiede protezione a quello che considera – da sempre – il loro Santo protettore: Don Andrea Gallo.
È un viaggio, quello di Andreani, verso un passato per certi aspetti epico e ormai perduto, che termina in un freddo pomeriggio di gennaio del 1995, quando Claudio Spagna, tifoso genoano, viene ucciso da Simone Barbaglia, tifoso milanista. Una lama (“basta lame basta infami”) che squarcia non solo il cuore del povero Spagna ma anche l’innocenza e la coscienza di un’intera generazione (quella di chi scrive, quella di Andreani). Spagna è immaginato, in finale di album, con Gianluca Signorini (storico capitano del Genoa, a cui la sla non ha concesso un secondo tempo) su una nuvola sopra lo stadio Luigi Ferraris a guardare e commentare le partite dei rossoblù. Il gesto di Barbaglia è come “l’apparir del vero”: la fine delle illusioni giovanili. Certo, seguendo la metafora leopardiana, possiamo anche dire che l’epoca d’oro delle illusioni è anche un’epoca cronologica di ciascuno di noi: la fanciullezza (Ninìn). Anche se con Andreani, più di Leopardi forse bisognerebbe parlare di Pascoli, perché il bambino dentro di lui continua a giocare il secondo tempo.
Solo a questo punto il viaggio può dirsi davvero concluso. È tempo di spegnere la radio e riprendere il corridoio verso la porta di casa. I genitori non ci sono già più. Spetta all’unico vero poeta del calcio italiano (“Io, se vedo un poeta a bordo campo, fermo tutto/. Va bene, c’è la partita…/ E dov’è il problema? Poi ricominciamo”) Ezio Vendrame (colui che invece giocava solo il secondo tempo) il commiato finale, tra uno sberleffo al political correct e una citazione di Piero Ciampi.

Un disco, insomma, con molte idee, ottima musica (anche grazie agli arrangiamenti e alla produzione di Guido Guglielminetti, coautore di tre brani) che dimostra come, tra il becero pop televisivo dei talent e la moda generazionale trapista, esiste ancora tanta splendida canzone d’autore da ascoltare nel centrocampo della musica italiana.

P.S.: meritano una doverosa citazione anche le splendide illustrazioni del booklet curate da Osvaldo Casanova

(Pubblicato su http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/il-secondo-tempo/)

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